Italy as Britain’s migration test case

Italy Mirror

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The story that British observers are now watching began on 6 November 2023, when Giorgia Meloni and Albanian Prime Minister Edi Rama signed in Rome the memorandum that would allow Italy to create and manage migrant processing centres on Albanian territory. That date matters because it marks the moment when an Italian migration policy stopped being only a domestic response to arrivals across the Mediterranean and became a European experiment in externalised asylum management. From London, still absorbed by the political and legal legacy of the Rwanda plan, the Italian-Albanian agreement immediately appeared as something more than a bilateral arrangement.

For British observers, Italy’s agreement with Albania has acquired a meaning larger than the two detention sites on the Adriatic. It has turned Italy into the European country on which an unresolved British question is now being tested: can a government move asylum procedures outside its own territory and still claim that the rule of law, financial discipline and humanitarian protection remain intact?

This is why the Italian scheme is followed in London with unusual attention. Britain has just emerged from the political and legal exhaustion of Rwanda. The Conservative plan had promised deterrence by sending asylum seekers to a third country, but by spring 2024 a House of Commons Public Accounts Committee report recorded £240 million paid to Rwanda by the end of March and no one relocated. Labour has scrapped that scheme, yet the problem that produced it — the political pressure of Channel crossings, deaths at sea and the demand for visible control — has not disappeared. From that British background, Italy’s pact with Albania is not just another Italian migration policy. It is a nearby European experiment in the same family of ideas, but with a different legal design.

The distinction matters. The Italian model does not send people to Albania as a final destination in the way Rwanda was designed to do for the UK. The centres are funded and run by Italy; Italian jurisdiction applies; Albanian guards provide external security. Successful applicants are to be transferred to Italy, while rejected applicants from countries Rome classifies as safe may be held for return. That structure allows supporters to present the scheme as more European, more controlled and more legally sophisticated than Rwanda. Yet it also makes Italy’s reputation depend on operational details: screening at sea, access to lawyers, the classification of safe countries, transport costs, court supervision and the actual number of people processed.

Nella copertura mediatica britannica, questi dettagli sono diventati la notizia principale. L’articolo del Guardian di ottobre riportava una capacità fino a 3.000 uomini al mese e un costo quinquennale stimato in 670 milioni di euro, con le domande che dovrebbero essere elaborate entro 28 giorni. Il primo trasferimento ha coinvolto solo 16 uomini – dieci bengalesi e sei egiziani – salvati in acque internazionali e inviati a Shenzhen. Queste cifre sono abbastanza esigue da far apparire la politica simbolica, ma al contempo sufficientemente ampie da renderla una prova per la governance migratoria europea. Per un dibattito britannico abituato a chiedersi se la deterrenza sia reale o solo di facciata, l’Italia appare allo stesso tempo audace e vulnerabile.

L’interesse di Londra per il caso italiano è anche di natura politica. Quando Keir Starmer ha visitato Roma a settembre, la copertura mediatica britannica ha sottolineato il suo interesse ad apprendere dall’approccio italiano, evidenziando al contempo che la sua attenzione andava oltre i soli centri in Albania: la strategia di prevenzione, la cooperazione tra le forze dell’ordine e l’azione contro le reti di trafficanti. Sky News ha inquadrato la visita alla luce del calo del 60% registrato in Italia nell’immigrazione clandestina attraverso il Mediterraneo nell’anno precedente. Il Guardian ha riportato la promessa britannica di un finanziamento di 4 milioni di sterline a sostegno del Processo di Roma, l’iniziativa italiana volta ad affrontare le cause dell’immigrazione irregolare. In quest’ottica, l’Italia non è semplicemente un Paese che gestisce gli arrivi, ma diventa un partner da cui un governo laburista post-Rwanda può mutuare il linguaggio del pragmatismo senza necessariamente riaprire formalmente il Ruanda.

Ma è proprio qui che la prospettiva britannica si complica. Quanto più l’Italia viene presentata come pragmatica, tanto più ogni ostacolo legale assume una valenza reputazionale. A novembre, i lettori britannici si sono imbattuti in notizie secondo cui solo 24 richiedenti asilo erano stati rimandati in Albania nel primo mese e che nessuno vi era rimasto dopo l’intervento dei giudici italiani. La questione non riguardava solo le critiche umanitarie delle ONG, ma anche la capacità dello Stato italiano di trasformare una promessa politica in un sistema amministrativo legale e scalabile. Per Londra, dove il Ruanda è crollato sotto la pressione di fattori giudiziari, politici ed economici, questo aspetto del caso italiano è impossibile da ignorare.

L’immagine dell’Italia che emerge da questa copertura mediatica è dunque duplice. Da un lato, l’Italia appare come un Paese innovatore, disposto a trasformare l’esposizione geografica in iniziativa diplomatica. Roma ha preso una cronica vulnerabilità mediterranea e l’ha trasformata in un modello politico discusso dalla Commissione europea, osservato da altri governi e persino studiato da un primo ministro britannico. Quando Ursula von der Leyen ha citato l’accordo Italia-Albania nel più ampio dibattito sui possibili centri di rimpatrio al di fuori dell’UE, l’iniziativa italiana è passata da esperimento nazionale a punto di riferimento europeo. Si tratta di un cambiamento significativo nella percezione dell’Italia: non più come un Paese che chiede solidarietà dopo gli arrivi, ma come un Paese che offre un modello di azione.

D’altro canto, lo stesso modello espone l’Italia al sospetto che l’innovazione si sia spinta oltre i limiti consentiti. La decisione dell’UNHCR di monitorare i primi tre mesi è stata accompagnata da un chiaro avvertimento contro l’esternalizzazione degli obblighi in materia di asilo o il trasferimento di responsabilità in modi contrari al diritto internazionale. Amnesty International e le organizzazioni per i rifugiati hanno descritto l’accordo come una minaccia ai diritti. La copertura mediatica britannica ha assorbito questa tensione perché la Gran Bretagna l’ha già vissuta. La questione rilevante non è se un governo possa annunciare il trattamento dei richiedenti asilo in centri offshore, ma se tale annuncio resista al vaglio dei tribunali, alla trasparenza e alla realtà amministrativa di base.

Per investitori, imprese e partner istituzionali, la questione migratoria non è un tema umanitario marginale, slegato dalla reputazione economica. Essa testimonia come l’Italia elabori politiche complesse sotto pressione. I centri in Albania richiedono spesa pubblica, governance transfrontaliera, coordinamento delle forze dell’ordine, prevedibilità giudiziaria e comunicazione internazionale. L’investimento di 435 milioni di sterline di Leonardo a Yeovil e il progetto di Marcegaglia da 50 milioni di sterline per l’acciaio pulito a Sheffield, annunciati nella stessa atmosfera diplomatica dell’incontro Starmer-Meloni, dimostrano che la relazione tra Regno Unito e Italia non è definita unicamente dalla questione migratoria. Tuttavia, la migrazione influenza il clima politico in cui tale relazione viene interpretata: un Paese percepito come capace di un’attuazione disciplinata appare diverso da uno visto come incline all’improvvisazione e all’aggiramento dei limiti legali.

Vista dalla prospettiva di alcuni attori del dibattito britannico, l’accordo con l’Albania trasforma l’Italia nel laboratorio che la Gran Bretagna non vuole più che il Ruanda diventi. Ciò conferisce all’Italia visibilità e influenza, ma non automaticamente credibilità. La prospettiva britannica seleziona un’Italia più proattiva di quanto suggerirebbe la sua vecchia immagine di inerzia amministrativa, ma anche più vulnerabile all’accusa che l’immaginazione politica stia superando l’architettura giuridica. Il risultato non è né ammirazione né condanna soltanto. È una prova. Nel 2024, la politica migratoria italiana è sotto osservazione in Gran Bretagna perché ci si interroga sulla possibilità che la ricerca di controllo da parte dell’Europa possa essere resa legale, sostenibile e credibile, prima che diventi l’ennesimo costoso simbolo di un potere governativo che si spinge oltre le proprie capacità istituzionali.

 

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